Perché domani non sciopererò per #lottomarzo

Domani sciopero delle donne, per #lottomarzo. Ci saranno marce e iniziative in tutta Italia e mi sembra importante che ci sia una presa di coscienza da parte delle donne della nostra condizione. E che torniamo anche a sperimentare forme di collaborazione e di contaminazione. E’ entusiasmante l’idea che in 40 Paesi le donne marceranno cercando un tema comune di protesta. Abbiamo bisogno di parlare e di confrontarci. Ma lo sciopero, quello no.

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Crescere una bambina femminista: i consigli di Chimamanda Ngozi Adichie

Diceva Simone De Beauvoir che “Donna non si nasce, si diventa”; non si nasce nemmeno femministe, ma si può essere educate ad esserlo, almeno secondo quello che dice Chimamanda Ngozi Adichie nel suo pamphlet in uscita il 7 marzo. Si intitola “Cara Ijeawele. Quindici consigli per crescere una bambina femminista” e questa mattina su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, è stata pubblicata una sintesi delle raccomandazioni della scrittrice nigeriana. Ma ha senso oggi cercare di crescere una bambina femminista?

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Un reggiseno per ogni stagione, da simbolo di liberazione a quello di protesta

In principio era il simbolo di liberazione della donna dalla schiavitù dei corsetti, poi diventò simbolo delle proteste femministe, oggi è uno degli strumenti di seduzione più usati dalle donne: è il reggiseno, un oggetto che fa parte della nostra quotidianità, ma che ha una lunga storia da raccontare.

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Gloria Steinem, “ho imparato il femminismo dalle donne nere”

Gloria Steinem è una delle fondatrici del femminismo americano, fin dagli anni settanta. Diciamo che è stata una di quelle persone che ha contribuito a dare al movimento uno spessore filosofico.

A 81 anni compiuti ha ancora una grande lucidità.

I learned feminism from black women

ha affermato in una recente intervista. Perché in USA è andata proprio così: i suoi primi passi il movimento di liberazione delle donne lo ha mosso accanto alle donne di colore che combattevano contro il razzismo e volevano favorire l’integrazione. L’obiettivo di tutte le donne, indipendentemente dal colore, era lo stesso: far sentire la propria voce.

In questi giorni nei quali si parla (e si sparla) tanto dei fatti avvenuti a Colonia, credo che dovremmo prendere spunto da quella lezione.

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Donne, serve un’altra storia

Se avessi la costanza di raccogliere con diligenza ogni giorno i numerosi articoli che escono sul web e sulla carta stampata sulle questioni di genere (prima o poi riuscirò a organizzarmi!) potrei dimostrare che ormai su questa cosa si dice tutto e il contrario di tutto.
Si va dalla scuola di pensiero dell’omologazione, che cerca di eliminare le differenze tra i due generi partendo dall’educazione dei bambini e delle bambine, per arrivare alla scuola di pensiero delle quote rosa e quindi del recinto per donne che devono crescere.
La verità e’ che, di base, resta sempre nella nostra società una percezione negativa della donna che vuole aver un maggior riconoscimento per il proprio ruolo. La definiamo femminista? Non lo so, il termine mi sembra riduttivo, per tutto quello che ancora comporta e che Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana, ha raccontato su Internazionale di questa settimana:

“naturalmente e’ un po’ uno scherzo, ma dimostra che la parola femminista sopì porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini,modi i reggiseni,modi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei sempre arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante”

Per la nostra società le donne sono sicuramente il fondamento della famiglia e della vita sociale, questo non ce lo toglie nessuno (vorrei vedere come farebbero altrimenti i nostri uomini); siamo talmente coscienti di questo nostro ruolo da sentirci schiacciate dal senso di responsabilità e quindi è sempre un atto dovuto per noi fare delle rinunce per il “quieto vivere”. Questo ci si aspetta da noi: che garantiamo il “quieto vivere”. Sappiamo che ci sono desideri sacrificabili e sono i nostri; difficilmente riusciamo a lavorare per un compromesso che ci permette di tenere uno spazio per noi.

Lo facciamo anche perché siamo sempre raccontate così: il cinema, ad esempio, non riesce a proporre ruoli femminili negativi, con donne arriviste, ambiziose, spietate. Quando lo fa, banalizza sempre la cosa: una donna e’ “cattiva” se ha sofferto da bambina, ma in realtà aspira sempre all’amore e alla felicità coniugale. La rappresentazione di quello che siamo e’ importate per riuscire a fare delle cose.

Donne, ci servono altre storie. Esploriamo il nostro lato oscuro, non siamo solo vittime.

Femminismo, una parola da prendere con le pinze

Quest’estate non fa caldo, i media non possono parlare di rimedi antiafa. Come riempire le pagine e il tempo della tv? parliamo di donne. Mi pare che questo sia diventato un passatempo per tanti. Peccato che tanti ne parlino con la stessa superficialità con la quale si parla dei rimedi all’afa.

La settimana scorsa è improvvisamente venuta fuori questa polemica, importata dall’America, sul femminismo e il post femminismo: le giovani donne fuggono dal femminismo? è un movimento morto oppure si è semplicemente trasformato diventando post femminismo?

Fino ad arrivare a pezzi come quello di oggi su La27Ora

http://27esimaora.corriere.it/articolo/se-internet-non-e-un-paese-per-donne-torniamo-a-confrontarci-in-strada/#more-25869

Scritto da un’americana, perchè solo loro possono prendere una posizione di fronte a questo movimento. Che non è stato (e non è) semplicemente credere nella parità o altre scemenze del genere. Il femminismo è un movimento culturale, ma lo è in America. Lì viene studiato, anche all’università (gender studies, si chiamano), discusso, indagato. Ma in Italia, chi l’ha visto? le prime ad abbandonare il femminismo sono state le femministe stesse.

Vivo in una città di provincia (ma nemmeno tanto provincia) e il tema dell’emancipazione femminile mi ha sempre interessato. Difficilissimo ricostruire una storia del movimento in Italia, c’è poco di pubblicato, ci sono poche testimonianze, chi ha fatto parte di quel movimento sembra più impegnato a prenderne le distanze che a raccontarlo. Un atteggiamento tipicamente italiano, siamo abituati a chiudere capitoli della nostra storia facendo finta che non siano esistiti. E chi ha contribuito a farne parte accampa lunghi “distinguo”, tanto che alla fine ti domandi se c’è mai stato qualcuno convinto di quello che faceva.

Mi piacerebbe scoprire qualcosa di più del femminismo, che da noi sembra quasi una parolaccia. Non vorrei scoprire che alla fine quel movimento, tanto attivo in USA, in Italia era invece solo una moda d’importazione.

Quindi basta parlare qui da noi di post femminismo….prima di superarlo dobbiamo ritrovarlo.