Le donne inarrestabili di Diyarbakir

Due anni fa, seguendo un progetto di cooperazione europeo, sono arrivata a Diyarbakir. Era una località sconosciuta, non sapevo quello che mi aspettava. Quando sono arrivata di Diyarbakir sapevo due cose: che è la zona della Turchia dove si produce più cotone e che è famosa per essere la città dalla “mura nere” (ha una cinta muraria antichissima seconda solo alla muraglia cinese).

Così, molto inconsapevole, sono arrivata a Diyarbakir, con un gruppo di imprenditori italiani. E’ bastato scendere dall’aereo per capire che quella città, magari sconosciuta, era in realtà un posto che aveva molto da raccontare. L’aeroporto è un aeroporto militare e sulle nostre teste, durante tutta la giornata, volavano MIG per sorvegliare il pericoloso confine. E poi Diyarbakir è una città curda, un popolo senza pace, che ha una identità fortissima ma che non ha terra.

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sulla strada per Diyarbakir

Ad accoglierci c’era una donna, consigliere della Camera di Commercio locale. Un segnale importante, per un territorio che proprio sull’inclusione delle donne voleva puntare il proprio rilancio. Ci ha raccontato dell’impegno per portare le donne al lavoro, nelle numerose confezioni che ci sono nella zona. Portare le donne al lavoro, fuori di casa, aiutarle a emanciparsi, era un obiettivo fondamentale per far sviluppare un territorio dove ormai vivevano più di un milione di abitanti.

Diyarbakir era all’epoca un cantiere, con interi quartieri in costruzione: portare le famiglie a vivere in città e dare alle donne la possibilità di lavorare erano due obiettivi fondamentali per poter uscire dall’isolamento.

Abbiamo visitato tante confezioni, e abbiamo visto tante donne al lavoro, tutte molto giovani.

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Una confezione di Diyarbarkir

I proprietari delle confezioni, in molti casi si facevano carico del trasporto delle donne da casa al lavoro, per rendere più semplice l’accettazione del lavoro fuori casa da parte delle famiglie di queste giovani donne. Lo scontro generazionale è sempre il maggior ostacolo alla crescita, gli imprenditori più importanti e gli amministratori locali sembravano avere chiaro il percorso: portare le donne fuori di casa avrebbe portato progresso economico e sociale. Oltre a fornire quella manodopera specializzata che a loro serviva per poter lavorare il cotone che veniva prodotto nelle campagne. Cotone che in maggioranza veniva lavorato in altre zone della Turchia, lasciando così a questa località curda solo il lavoro più strettamente agricolo (e più povero) della coltivazione e raccolta. Gli imprenditori più svegli avevano iniziato ad aprire delle confezioni, che nella maggioranza dei casi si occupavano però di abbigliamento “etnico”, ossia di abiti tradizionali indossati dalle donne musulmane.

In quei 4 giorni ci siamo sentiti coccolati e accolti e Diyarbakir ha cercato di mostrarci il suo lato migliore: abbiamo incontrato persone intelligenti  e piene di iniziativa, che avevano voglia di migliorare la propria condizione. Solo timidamente, sottovoce, hanno parlato della loro condizione di difficoltà, dell’essere curdo in un paese che non ti accetta e non ti vuole. E a volte ti fa anche di peggio. Ma queste persone guardavano al futuro, erano convinti di poter emergere e di poter far diventare la loro città un distretto tessile importante, così com’era capitato a tante città turche in quel periodo.

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Il suk  di Diyarbakir

Ricordo una bellissima serata in un locale in centro: era inverno e fuori avevano accesso un grande fuoco. Tutte le persone si erano radunate intorno al fuoco a bere caffè (il mio era al pistacchio ed era stupendo), tutti insieme in cerchio: non conoscevamo nessuno, ma quella gente ci aveva fatto sentire accettati. Gli imprenditori che erano con noi scattavano foto, erano positivi, volevano guardare al futuro con speranza. Dopo due anni esatti da quella visita la situazione è precipitata.

In realtà adesso Diyarbakir è una terra di confine, un luogo guerra, come Adriano Sofri ha raccontato qualche settimana fa in questo articolo: Diyarbakir, dove tutto è cominciato

Poi stamani ho letto su D di Repubblica il reportage dedicato dalle donne combattenti di Diyarbakir: non sono rimasta sorpresa della loro discesa in campo. In quella città le donne si stavano preparando a uscire dalle case e a entrare a far parte attiva della vita della loro città, a dare il proprio importante contributo. La guerra può cambiare le situazioni, il contesto, ma non può arrestare certe evoluzioni/rivoluzioni. Quelle donne volevano avere un ruolo e se lo stanno prendendo.

Alla fine anche se i nostri mondi sembrano lontani, in realtà non lo sono. Gli imprenditori della mia delegazione e gli imprenditori di Diyarbakir si erano intesi alla perfezione, ad esempio. E nel suk di Diyarbakir trovare delle riproduzioni di Pinocchio in legno pronte per essere vendute mi ha ricordato che alla fine i nostri mondi non sono così lontani.

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Pinocchio in vendita a Diyarbakir

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