Le donne e la Resistenza: cosa sono i Gruppi di Difesa della Donna

Nascono nel 1943 come organismi di assistenza, ma presto diventano un luogo per la rivendicazione dei diritti delle donne

L’obiettivo fondamentale era l’emancipazione femminile: ecco di cosa si occupavano i Gruppi di Difesa della Donna, che furono formati nel novembre 1943 a Milano e Torino per poi espandersi praticamente in tutta Italia. Coinvolsero circa 70 mila donne e nacquero da una esigenza molto concreta: organizzarsi per fornire assistenza ai combattenti, assistere le famiglie dei deportati e degli arrestati. Poi però, una volta che le donne iniziarono a organizzarsi e a incontrarsi con regolarità, il campo di impegno si espanse velocemente.

Le donne parlando tra di loro, iniziarono a occuparsi anche di altri temi: l’uguaglianza di retribuzione, l’accesso paritaria agli impieghi pubblici. Ne vennero fuori manifesti politici che poi, dopo la Liberazione, furono alla base delle rivendicazioni delle italiane, anche se con poco successo. Terminato il periodo bellico, le donne furono costrette a tornare al loro posto, cioè in casa, a badare al focolare domestico e a fare figli. Gruppi di difesa della donna

Eppure con i GDD manifestarono contadine e operaie, donne semplici che trovarono nella condivisione degli obiettivi il coraggio per cercare di far valere i propri diritti. Le fondatrici dei GDD provenivano da correnti differenti dell’antifascismo: Lina Fibbi era comunista, Pina Palumbo era socialista, Ada Gobetti era azionista. Estrazioni politiche diverse, che però riuscirono a coalizzarsi su temi comuni.

Le donne combattenti vivevano invece in montagna, facevano le staffette, le telegrafiste, dell’approvvigionamento, si occupavano degli aspetti della vita quotidiana dei gruppi partigiani. Avevano un ruolo importante, perché la Resistenza non si basava solo sull’uso delle armi, ma anche sull’organizzazione di azioni strategiche nelle quali le donne furono bravissime.

“Ci sentivamo uguali, ma appena arrivate in città abbiamo capito che uguali non eravamo”

Dice Maria Lisa Cinciari Rodano, partigiana, che poi diventerà senatrice. C’era una resistenza armata e una resistenza civile. Le donne non si dedicarono solo alla resistenza non armata, ma in alcuni casi imbracciarono anche le armi, solo che questo contributo è stato insabbiato. Non si voleva certo rappresentare le donne come combattenti armate, sarebbe stato troppo complicato farle tornare in casa a badare alla famiglia.

Questo ha portato a dimenticare figure e storie importanti, a non raccontare che in montagna a organizzare la Resistenza c’erano sia uomini che donne, insieme. E’ anche vero che i “capi” dei partigiani furono sempre uomini, non ci sono state eccezioni.

 

Dopo la guerra, solo 19 donne ottennero la medaglia d’oro al valore militare e solo per l’impegno “virile” legato al combattimento e all’uso delle armi. Eppure le donne fecero molto di più che combattere: organizzarono e gestirono emergenze, mettendo in moto meccanismi di solidarietà che permisero a chi era in difficoltà di superare il periodo nero della guerra. Tutto dimenticato.

Qui una bella testimonianza su Rai Storia perchè solo il racconto può far uscire dall’oblio l’eroismo quotidiano delle nostre donne, che con il loro impegno hanno contribuito a liberare l’Italia.

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