La Resistenza delle donne: anche noi abbiamo fatto la guerra

Per una settimana un approfondimento al giorno dedicato alle donne e la Resistenza, per festeggiare il 25 aprile, una liberazione alla quale le donne hanno dato un contributo determinante

Sono state 35 mila le partigiane combattenti, di queste 512 si sono viste riconosciuto il grado di commissario di guerra. Le donne arrestate, torturate e condannate sono state 4.635, 2.750 le deportate in Germania. Sono state 623 le fucilate o cadute in combattimento (fonte ANPI). Il ruolo delle donne è stato determinante non solo per il loro ruolo di combattenti, in prima linea nella Resistenza con il loro impegno. Le donne hanno combattuto la loro guerra quotidiana a casa, per sfamare la famiglia, lavorando in fabbrica, sopravvivendo alla miseria e alle umiliazioni.

Sappiamo poco però della storia di queste donne, che negli anni bui della guerra si sono impegnate come potevano per la causa della Resistenza. Eppure il 25 aprile è un giorno di festa anche per le donne, che hanno dato un contributo determinante alla Liberazione e non solo con il fucile in mano.

Quando vide Gim che tirava fuori le pentole, ridivenne donna di casa

Questo fa la protagonista di “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, che racconta la storia di una cinquantenne che perde il marito, uccide un tedesco e si trova a vivere con i Partigiani “alla macchia”.L'Agnese va a morire

Ambientato nelle valli di Comacchio, è la storia dei gesti quotidiani, semplici eppure eroici, di questa donna, che rimasta sola decide di combattere. E lo fa facendo quello che sa fare: fa  la staffetta, accudisce gli uomini, cucina, lava i panni. Cerca di regalare ai combattenti un ambiente simile a una famiglia, si sente madre di tutti loro.

Ogni uomo, ogni donna poteva essere un partigiano, poteva non esserlo. Questa era la forza della resistenza

E questo hanno fatto tante donne: si sono messe in gioco, con grande coraggio. Le donne non sono rimaste a casa ad aspettare che la guerra finisse, ma hanno combattuto, si sono fatte carico della quotidianità, sono andate a lavorare in fabbrica, hanno fatto quadrare i conti. Accettando, come sempre, un ruolo di subalternità, senza che i loro sforzi fossero riconosciuti.

L’Agnese va a morire cerca di rendere giustizia a questo invisibile impegno e infatti quando uscì creò diversi malumori.  Anche  la scrittura è indicativa: non c’è l’epica dell’uomo che parla della guerra, ma anzi la Viganò usa un linguaggio semplice, scarno, come se raccontasse una storia normale.

Il romanzo prende spunto dalla storia della sua autrice, Renata Viganò, che fece la staffetta partigiana insieme al marito e al figlio. Era una scrittrice dotata che desiderava fare il medico: nata nel 1900, fu costretta a interrompere gli studi a causa della prima guerra mondiale. Si accontentò di fare l’infermiera, ma non smise mai di scrivere. Per fortuna.

«Non ero più giovane. Sapevo ormai tutto intorno alla guerra, e avevo un marito, un bambino, una casa. Così, quando mio marito andò via partigiano, presi il bambino, lasciai a casa la roba e la paura, e fui partigiana anch’io… ».

Ecco cosa racconta della sua storia. Un gesto di eroismo quotidiano per le donne della Resistenza.

Nei prossimi giorni, fino  a sabato, vi proporrò altri profili di donne della Resistenza.  A voi chi viene in mente?

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